XIII – Yo quiero ser Librero

In questi giorni mi perseguitano i dati statistici su libri, lettori e librerie: mentre cerco di scoprire qual è la media di lettura di uno spagnolo, e mentre quasi spero che il numerino che porrà fine alla mia ricerca sia inferiore al “41”, appare su el País un articolo sulla situazione dei punti vendita di libri in Spagna. Ossia librerie contro centri commerciali che vendono anche libri. Inutile dirlo, i dati indicano le librerie (grandi e piccole) in perdita, e i “punti vendita” in crescita, ma le mie osservazioni vanno in un altro senso: mi nasce spontanea una comparazione fra librerie italiane e librerie spagnole.

Se penso a una libreria spagnola, mi viene in mente un insieme di librerie strette, alte e polverose. Mi vengono in mente libri di seconda mano, librai o con gli occhiali e la catenina dietro ad un bancone altissimo, di legno scadente, con un libro in mano. Mi vengono in mente calcolatrici degli anni ottanta, rotoli di carta bianca e scontrini con inchiostro chiaro. E soprattutto, mi vengono in mente chilometri (in altezza) di scaffali pieni di libri. Qualsiasi tipo di libro, qualsiasi autore e romanzo, libri vecchi e nuovi, il mare immenso del già scritto. La meraviglia è che non ti senti rispondere che non lo editano più o che non lo troverai mai (“è un libro vecchio, del 2005…”). Però mi vengono in mente anche librerie con libri di prima mano, che sì, esistono: il libraio ha sempre gli occhiali e un libro in mano, anche se il negozio si estende in lunghezza. Ho cercato libri di autori italiani e li ho trovati, in traduzione; ho trovato Hugo Pratt e Alfieri nella stessa mensola. Le librerie spagnole mi sembrano più creative e meno organizzate – meno pensate, che sia un pregio o un difetto, lo giudichi ognuno. Il fatto è che se chiedi al libraio, sa cosa gli chiedi anche se non ce l’ha in libreria. Chiaramente esistono librerie pseudo-moderne, open space, con computer e casse tipo supermercato… ma la situazione è di equilibrio fra un tipo e l’altro. Per lo meno dove mi trovo, senza escludere che potrebbe essere un’isola felice.

Se penso a una libreria italiana, invece, mi viene in mente la Feltrinelli sotto le due torri, a Bologna. Una libreria con tutto quello che si può cercare, dall’informatica all’arte alla storia alle tecniche di meditazione orientale. Una libreria con molta luce (artificiale) e scaffali che si muovono, librai con cartellini rossi, un’uscita e un’entrata non intercambiabili – se no rubi, come faceva Giangiacomo. Una cassa avanguardistica, una fila avanguardistica, buoni punto, tessere blu e i classici latini alla destra dell’uscita, anche un po’ dopo del metal‑detector, perché quelli rubateli (rubàteli o rùbateli), che tanto non li compra nessuno. Non mi è mai sembrata una libreria, in realtà, ha sempre avuto l’aria di un supermercato del sapere… e i librai – a parte un certo signore coi baffi – erano commessi. Non credo che un libraio debba saper far altro se non leggere. E non avevano quei commessi e commesse facce da lettori. Da librai. Mi sembrava che si limitassero a conoscere la posizione dei libri negli scaffali, cosa che conosevo anche io dopo un mese di frequentazione. Mi viene in mente questa libreria in particolare perché a bologna ruba la scena, con sua sorella International, alle altre librerie, che si dedicano perloppiù al commercio di testi universitari specifici. Niente romanzi, ma il mare infinito dei manuali. Tutte – eccezion fatta ovviamente per Labyrinthos, meglio conosciuta come Il Greco o la Libreria di Via Delle Moline. Con quel signore greco (fatto che ha la sua intrinseca importanza) che non vede niente (altro fatto di importanza letteraria non indifferente) e che ti porta dove è il libro che cerchi ma ti dice di prenderlo tu perché lui non lo vede. Cerca le mille edizioni di un libro in un catalogo scritto piccolissimo che fra i librai tira fuori solo lui, e soprattutto legge solo lui – non si sa come perché ha gli occhiali grossi quanto il catalogo stesso. Che, opinione personale, sono finti: secondo me è propio cieco. Il signor Labyrinthos è un po’ come il libraio della Storia Infinita: alla fine esci da là col libro che voleva lui.

E non c’è nessuna conclusione. Anzi si: siccome qui comando io, son più belle le librerie di qua che d’italia. Ecco!

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One Comment to “XIII – Yo quiero ser Librero”

  1. Eh, che ti devo dire, io il fascino delle librerie piccole e polverose non lo subisco proprio. Continua a sembrarmi una buona cosa che, accanto ai megastore di Zara, ci siano anche i megastore che vendono libri. In un’atmosfera così “pop”, il non-lettore, il lettore saltuario e Mr. “un libro l’anno” si sentono meno in soggezione e si comprano la loro brava copia del Codice da Vinci (che, ripeto, è meglio che niente). Nelle librerie polverose questi qua non ci metteranno mai piede. E quando ci metto piede io, a parte l’atmosfera splendida e il profumo di carta, difficilmente trovo quel che cerco.

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