Le illogiche di paese. Peppino Marotto

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Tottus sos progressistas isolanos
Solidales, cun tanta simpattia
A Orgosolo toccheddana sas manos
E naran: custa sì ch’est balentìa.

 

Peppino Marotto, Sa lotta de Pratobello

Già andiamo scarsi ad intellettuali, nell’Isola. Se poi quelli che ci sono rimasti, di intellettuali veri, li ammazziamo alle dieci del mattino nella via principale, vuol dire che siamo proprio coglioni. E vabbe’, Orgosolo è Orgosolo, diciamo. E invece Orgosolo siamo noi. Noi che le nostre cose ce le risolviamo fra noi, alle dieci del mattino nella via principale, noi che il codice barbaricino è puro, noi che l’orgoglio prima di tutto, noi che non ci cambieranno mai.

Peppino Marotto ha cantato quello che fu per noi la guerra mondiale, ha cantato Lussu, Gramsci, ha cantato il potenziale intellettuale dell’Isola. Per ottantadue anni ha creduto che la penna ne uccidesse più della spada, ma evidentemente non aveva considerato che anche il piombo, in queste cose, fa la sua parte.

Cosa importano i murales, cosa importa Pratobello, cosa importano i pastori e gli studenti, cosa importano cultura e tradizione? Tutto fumo. Non sapremo mai per quale quisquilia sia stato ucciso, cosa abbia detto per meritarsi la pallottola, che gesto abbia fatto. Sappiamo solo che quella parola o quel gesto hanno cancellato nella mente di qualche idiota i sessant’anni spesi da Peppino Marotto per il suo paese e per l’Isola. Sessant’anni, mica il primo dottore di turno con un titolo in mano, mica il politico in carriera.

E fra quelli di noi che chiudono gli occhi, quelli che fanno finta di niente, quelli che fuggono, non saprei chi scegliere. C’è una cosa che ci accomuna: siamo tutti degli imbecilli.

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