Diciamo forte il nostro sì all’introduzione di uccelli rapaci

 

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Il Libano è la mia terra promessa, nel senso che mi sono promessa di andarci. Ma per una cosa o per l’altra ho trovato delle difficoltà. Sul Libano si è detto molto, per cui non dilunghiamoci: terra di cedri, terra di fighetti, terra che offre il World Press Photo a un uomo e gli risolve la vita. Terra che produce dei fenomeni unici, come si è in questa sede già detto, e dei quali anche questa volta si è quasi obbligati a parlare.

Sì, ora ci arriviamo, agli uccelli rapaci. Partiamo un attimo da molto lontano.

È il 1986, e a Beirut impazza il conflitto civile. È il 1986, e a Bologna impazza il 29º Zecchino d’oro. Dodici brani in gara. Anzi, 13: perché all’ultimo momento arriva Nadina con la sua canzone di pace direttamente dalla guerra, da Beirut. “Vola Palombella” ha un testo un po’ inutile, ma ben venga la bambina della guerra. Finisce la trasmissione, la bambina della guerra torna a casa, e si perde nel mare infinito delle bambine libanesi (magari neanche tanto infinito perché di sicuro era cristiana, altrimenti all’Antoniano non ci avrebbe messo piede). Bla bla bla mare infinito, dicevo: e invece no. Mi è riemersa, la palombella, e continua a cantare libera nel limpido cielo di Beirut. Possiamo così osservare i gravi danni di una tremenda e lunghissima guerra civile.

Sì, sì, è davvero lei: devo ancora spiegare la necessità degli uccelli rapaci?

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